L’Angelo e la Dea
-racconto allegorico-
(12 gennaio 2007)
Subito c’è solo una tenda polverosa.
Facendo un passo più a destra, però, si vede un salotto. È una vecchia sala, polverosa come la tenda che ne occlude la vista.
Un grosso tappeto ricopre il pavimento davanti al caminetto, spento da tempo. Una manciata di cenere ribelle è finita sul nudo marmo, spinta da uno sbuffo di vento.
Un alto e minaccioso orologio a pendolo ticchetta stancamente, non ancora del tutto scarico.
Nella stanza, poche altre cose: un tavolino, un vaso con tre fiori secchi, un brutto quadro alla parete, una poltrona fuori moda, un vecchio pianoforte scordato.
Dalle persiane malconce filtrano radi e pallidi raggi di sole. La polvere danza in questi fasci di luce, unica cosa in movimento.
L’orologio a pendolo batte col suo suono cupo cinque lenti rintocchi, poi torna il polveroso silenzio.
D’un tratto, dal vecchio pianoforte appare una nota.
Una sola, piccola, timida.
Un’altra la segue, dopo un momento.
E poi un’altra, e un’altra ancora.
Un’intera sinfonia.
Una piccola bambolina di pezza dagli occhi di bottone siede al pianoforte, e fa danzare le note.
La sua è una sonata triste, di solitudine, freddo, abbandono.
Ci mette tutta la sua piccola anima nel suonare quel pianoforte senza cuore.
Le note saltano sul tavolo, rimbalzano sulle pareti, vanno a ballare con la polvere nella luce, escono intrepide dal camino, si disperdono nell’aria.
Un Angelo della Tentazione siede poco lontano. Tra le dita una sigaretta, che lascia sia il vento a fumare per lui.
Le note lo raggiungono, ancora ballando la loro canzone.
Affascinato, le osserva per un po’, poi con la mano elegante ne afferra una.
Si dibatte, la nota, strepita indignata: “Chi sei tu, che osi fermare me, paladina della musica?”
L’Angelo sorride: “Ti lascerò andare, nota, ma devi mostrarmi da dove arrivi”.
La nota non risponde, ma accenna alle sue sorelle.
L’Angelo guarda il punto da lei indicato, apre le dita e la lascia volare via. Poi segue la scia di note, ammaliato da quella triste melodia.
Si intrufola nella casa, arriva al salotto, scosta di poco la tenda e osserva la piccola bambolina dagli occhi di bottone suonare.
Senza fare rumore, le scivola di fianco. Lei lo vede, si ferma di botto; le note interrotte rimangono come un’eco per un momento, prima di sparire.
Torna l’incessabile ticchettio dell’orologio a pendolo, e nient’altro.
“Perché smetti, bambolina? Suona ancora”, l’invita l’Angelo.
La bambolina l’osserva intimidita: “Chi sei, forse un Angelo?”.
Lui ride, di risata argentina: “Non importa chi sono, continua la tua musica”.
Senza farselo ripetere, lei riprende a suonare. Ma la sua melodia cambia: ora non è più d’abbandono, è un’aria più allegra, più leggera. Le note sono più fresche, sembrano quasi fare luce.
La bambolina suona, l’Angelo ascolta, rapito.
Quando il brano finisce, la bambolina si ferma. L’Angelo la guarda e sorride: “Ma chi sei tu, bambolina?”.
Lei scuote la testa: “Non lo so più”.
“Chi sei stata, allora?”.
“Non so più nemmeno questo”.
“E perché abiti in una stanza fredda e polverosa?”, continua l’Angelo.
“Sono sempre abitata qui”.
I due tacciono.
“Ma tu, invece, chi sei? Chi ti ha condotto qui?”, lo interroga la bambolina.
“Sono un Angelo scacciato, ammaliato dalla tua musica, e se vuoi rimarrò qui a farti compagnia”, risponde l’Angelo, intenerito dalla solitudine della bambolina.
“Rimarresti davvero?”, domanda timida la bambolina.
“Certo, finché vorrai”.
“Allora non abbandonarmi più”, sussurra, e riprende a suonare.
Una Dea Risolutrice ascoltava la conversazione.
Entra silenziosa, e si siede sulla vecchia poltrona, non vista dall’Angelo né dalla bambolina.
“Smetti, bambolina. Smetti di suonare”, le dice.
La bambolina l’osserva curiosa, senza togliere le mani dai tasti: “E tu chi sei? E perché mi parli in questo modo? Se smetto di suonare il mio Angelo se ne andrà”, domanda, piena di rancore.
“Ma lui deve andarsene”, risponde la Dea, “Non è questo il suo posto”.
La bambolina non risponde, e suona con più vigore ancora. La Dea allora prosegue: “Tu suonerai perché lui non se ne vada, ma così ti sfinirai. Suonerai sempre e sempre, ogni ora del giorno e della notte, e ti sfinirai”.
“Non mi importa”, mormora la bambolina, “L’importante è che stia con me. Sono stufa di stare sola”.
La Dea scuote la testa: “Io conosco quest’Angelo, conosco la sua malìa. Non suonare più, bambolina, lascia che se ne vada”.
L’Angelo tace, incapace di replicare, guardando con odio la Dea.
“Ma chi sei tu, per dirmi questo? E perché vuoi che torni ad essere da sola?”, chiede la bambolina, quasi piangendo.
“Non sarai più sola. Se vorrai ti porterò via con me, in un posto pieno di luce, dove non sarai costretta a suonare se non vorrai. Nessuno ti lascerà più sola, bambolina. Ma ora smetti di suonare”.
“Me lo prometti?”, chiede la bambolina, suonando solo più con una mano.
“Te lo prometto”, risponde la Dea Risolutrice, sorridendo benevola.
La bambolina tentenna ancora un momento, poi si volta verso l’Angelo e stacca l’ultimo dito dai tasti.
“Come vuoi”, le dice l’Angelo, “Come preferisci. Vuoi fidarti di lei, invece che di me? Come vuoi. Ma chi è stato il primo ad arrivare, quando ne avevi più bisogno? Lei od io?”.
La bambolina tace, abbassando i suoi occhi di bottone dal viso di lui.
“Molto bene”, l’Angelo la guarda dall’alto, mentre si alza dal suo fianco e si dirige con passo lento verso la tenda, “Ma ricorda che io sarò sempre con te, anche quando non mi vedrai. Tornerò, ogni volta che suonerai il pianoforte, e il mio ricordo ti strazierà”, dice, uscendo dalla stanza.
La bambolina alza gli occhi verso la Dea, che sorride dolcemente.
L’Angelo ora è uscito, e la stanza risplende della luce che la Dea emana.
Ancora sorridendo, la Dea allunga una mano verso la bambolina, che la stringe piano, e sorride anche lei.
Se ne vanno insieme, dalla stanza polverosa.
Alla fine, l’orologio a pendolo si ferma del tutto.
Oppure no.
